Aparigraha


 

Aparigraha – assenza di avidità

«Quando l’assenza di avidità è stabile, si arriva a comprendere lo scopo dell’esistenza.»

Yogasutra 2,39

APARIGRAHA il quinto di 5 principi di YAMA: le leggi della vita.

L’imperativo “Avere” scorre nelle vene come il sangue, intossicando corpo e mente.

L’uomo, osserva Erich Fromm, e’ come un recipiente che mentre lo si riempie, ingrandisce, così che non sarà mai pieno”.

Un’istantanea efficace, l’immagine che traspare dalla definizione di Fromm riguardo la specie umana.

Avido: desideroso smodatamente, bramoso. Colui che ne è affetto è spinto a conservare in maniera smisurata ciò che già possiede con l’intento di acquisire ancora di più. Ciò vale per il denaro ma anche per altri beni: case, auto, mobili, vestiti, fama e quant’altro. Ciò che ancora non si possiede lo si cerca con tutti i mezzi.

La sicurezza derivante dal possesso e l’insicurezza di restare privi di quanto si possiede caratterizzano il modo di vivere errato: paura dei ladri, dei mutamenti economici, delle rivoluzioni, delle malattie, della morte.” “La modalità dell’avere porta al conflitto, allo scontro sia fra gli individui che fra le nazioni”.- Erich Fromm
”Il consumo, osserva ancora l’Autore, perde in fretta il proprio carattere gratificante e pertanto impone di consumare sempre di più”.

L’impulso ad accumulare sempre più, è fortemente radicato nell’essere umano, egli è inconsapevole della quantità di energia che viene sprecata per acquisire prima, per mantenere poi ciò che si è accumulato e ulteriore energia spesa quando l’ansia turba pesantemente la mente per difendere i beni accumulati. Se vi fosse la consapevolezza di tale processo deleterio per la salute fisica e mentale, probabilmente verrebbe meno il desiderio verso il superfluo riducendo al minimo le proprie esigenze.

 

L’avidità è l’origine della corruzione, la corsa al potere e alla ricchezza distoglie dai propri doveri; coloro che dovrebbero dare l’esempio di una condotta integerrima sono invece i primi disposti a qualunque genere di compromesso pur di mantenere stretti i propri averi e accumularne sempre di più.

La società stessa muove gli ingranaggi della giostra delle illusioni offuscando e ribaltando completamente la scala dei valori dell’individuo che vede al primo posto della lista delle priorità l’idea di acquisire, possedere come un’esigenza inderogabile per sentirsi gratificati, soddisfatti e meritevoli di appartenere alla comunità.

 

Il rapporto quantità di beni posseduti e l’essere avidi non è peraltro direttamente proporzionale.

Un attaccamento morboso alle cose materiali o il giusto distacco fa la differenza per stabilire se vi sia avidità. Possedere ed essere al contempo generosi determina il giusto distacco dalla propria ricchezza.

Nell’India vedica la ricchezza era sempre disprezzata se accumulata inutilmente e non per essere spesa a scopi caritatevoli. Agli uomini di grande ricchezza, ma ingenerosi, era assegnato un bassissimo rango sociale. – Autobiografia di uno yogi di Paramahansa Yogananda.

 

«Quando l’assenza di avidità è stabile, si arriva a comprendere lo scopo dell’esistenza.»

Come può l’assenza di avidità mostrare lo scopo dell’esistenza?

L’identificazione con il nostro corpo come fattore primo e ultimo dell’esistenza, è l’inganno primario all’origine di tutta una serie di false identificazioni e mere illusioni riguardo la vita.

Il corpo fisico è transitorio, segna il passaggio da un’incarnazione all’altra, ad ogni rinascita si cambia corpo così come ci si cambia l’abito.

L’errore grossolano, la grande illusione che trae in inganno l’essere umano, è la sua identificazione con il corpo, ciò genera un legame con un ’immagine di sé che è causa di un grosso malinteso che induce credere di essere ciò che in realtà non si è.

L’impermanenza è una caratteristica della materia, che è destinata al cambiamento, alla trasformazione e alla morte, la vita all’opposto non perisce mai, è eterna e permea tutto il mondo manifesto.

Quando crediamo di essere solamente il nostro corpo, non possiamo scorgere la nostra vera identità. Andare oltre la fisicità e la materia per metterci in contatto con l’essenza stessa della propria natura, sarà l’inizio di un percorso che permetterà di vedere con chiarezza, che arricchirà le nostre esistenze riducendo al minimo qualunque tipo di sofferenza e regalando momenti di beatitudine e pace.

 

L’identificazione con il corpo ci proietta costantemente all’esterno e spesso motivati da bisogni non essenziali, come quello di possedere beni voluttuari. Scegliere di soddisfare solo i bisogni fondamentali legati a esigenze fisiologiche naturali allenta i legami con la personalità che rappresenta le nostre caratteristiche psico-fisiche (costituite dalla somma delle nostre azioni in questa vita e nelle precedenti esistenze).

La personalità è solo una parte dell’aspetto umano, l’individualità dove ha sede la coscienza è il nucleo e la sostanza.

La personalità è solamente il guscio sottile che contiene l’essenza della propria individualità.

Riducendo i desideri generarti e stimolati dalla personalità effimera e transitoria, il centro della coscienza è libero di penetrare nei veicoli superiori cominciando a comprendere i mondi sottili che conducono sempre più profondamente verso il vero Sé non più celato da desideri che invece coinvolgono e proiettano verso l’esterno tutti i nostri sensi.

La conoscenza della vita può dunque scorrere e fluire come lo scorrere delle acque di un fiume. Sciogliendo le catene che ci legano al possesso delle cose materiali, la vera identità verrà alla luce rivelando la nostra vera natura.

Nulla resterà bloccato in esperienze legate alla mera illusione dell’identificazione permettendo al ricercatore di connettersi alla sorgente e cogliere l’essenza della propria natura mediante la fioritura della propria consapevolezza.

Ovvero, essere consapevoli del movimento della vita, della sua armonia, del suo mistero ci rende scevri da qualunque forma di identificazione e di attaccamento ai beni materiali.

 

La mitologia, la religione e lo yoga dimostrano come gli eroi, i santi e i ricercatori del vero sono individui che abbandonano tutti i loro averi per una vita austera e liberi dal mondo materiale.

Cerca la ricchezza divina e non il vile orpello della terra. Quando avrai acquistato il tesoro interiore, ti accorgerai che quanto occorre per la vita materiale viene sempre.” Lahiri Mahasaya, tratto da: Autobiografia di uno yogi di Paramahansa Yogananda.

 

Aparigraha è dunque l’ultima perfezione che il ricercatore deve conseguire per soddisfare le leggi della vita dalle quali non può sottrarsi per raggiungere la maturità spirituale attraverso la quale è possibile la comprensione e la realizzazione della vera natura umana.

Sono maturi i tempi per sbarazzarci di ciò che non è necessario e per seguire i principi della legge della natura per garantirci il successo e la realizzazione della nostra esistenza.

 

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