Category : Approfondimenti

Rabindranath Tagore, poeta e filosofo indiano, premio Nobel per la Letteratura
Rabindranath Tagore, simbolo di spiritualità e poesia universale.

🌿La freschezza dei suoi versi

La bellezza e la freschezza nei versi delle poesie di Rabindranath Tagorepoeta, filosofo, musicista, pittore e pedagogo indiano – meritano tutta l’attenzione possibile. Tagore non fu soltanto un autore, ma un universo di creatività in sé: le sue parole custodiscono una sensibilità che riesce a unire Oriente e Occidente, spiritualità e quotidianità, il canto dell’anima e la concretezza della vita.

 

Un’infanzia fuori dal comune

Nato a Calcutta nel 1861, in una famiglia di intellettuali illuminati, Tagore respirò fin da piccolo un’aria di apertura culturale. Il padre era un filosofo profondamente spirituale, la madre una donna di straordinaria sensibilità. Tagore non seguì mai un percorso scolastico convenzionale: la sua educazione fu fatta di viaggi, letture e musica. Amava definirsi “uno studente del mondo”. Forse è anche per questo che la sua poesia non conosce confini: sembra appartenere all’umanità intera.

 

L’uomo del Nobel che amava il silenzio

Un aneddoto curioso: quando ricevette il Premio Nobel per la Letteratura nel 1913 – primo non europeo a ottenerlo – si trovava in Inghilterra. La notizia arrivò per telegramma mentre era in viaggio in treno; i passeggeri, non appena lo riconobbero, iniziarono a circondarlo e ad applaudire. Lui, timido e quasi infastidito dalla notorietà, abbozzò un sorriso appena accennato. Non amava la ribalta: amava la parola, l’arte, il silenzio della contemplazione.

 

Tagore educatore visionario

Oltre che poeta, Tagore fu educatore visionario: trasformò la scuola di Santiniketan in un’università internazionale “Visva-Bharati University” (la dimora della pace); una scuola immersa nella natura dove si studiava all’aperto, sotto gli alberi e dove le discipline artistiche avevano la stessa dignità della matematica o della filosofia. Era convinto che la vera educazione fosse un atto d’amore e non una mera trasmissione di nozioni. Ancora oggi la sua università è un luogo di incontro fra culture di tutto il mondo.

 

Il dialogo poetico tra cielo e terra

Prima di esplorare l’elogio come arte, immergiamoci in un breve dialogo ispirato ai versi di Tagore, che fonde la sua visione spirituale con la delicatezza della natura:

Il cielo infinito e lontano si china sulla distesa verdeggiante della terra e le sussurra piano: “Io sono tuo”

La terra risponde: “Com’è possibile? Tu sei infinito e io sono così piccola al tuo cospetto”

“Ma io ho voluto imporre dei limiti a me stesso valendomi delle nuvole”

“Quante luci brillano sulla tua tavola, mentre io sono priva di luce”

“Oggi ho voluto perdere la luna, il sole, le stelle, oggi tu soltanto esisti per me”

“Il mio cuore è colmo di lacrime e trema a ogni soffio di vento, tu invece sei immobile”

“Oggi posso piangere anch’io: non lo vedi? Divento grigio e convulsamente spargo lacrime, come il tuo tenero cuore”.

Così dicendo, il cielo colmò la sua eterna distanza dalla terra con il canto della pioggia.

Questo dialogo, pur non essendo un testo canonico di Tagore, ne riprende pienamente lo spirito: la connessione profonda tra ciò che è grande e ciò che è fragile, tra infinito e umano, tra il divino e il naturale.

Inoltre, richiama la sua poesia autentica “I Am Yours” (Gitanjali), dove Tagore esplora lo stesso tema di appartenenza e sottomissione spirituale: la sensazione di abbandonarsi all’altro senza timore, di farsi parte di un tutto più grande.

L’elogio come arte di riconoscere

Non adulazione, ma gratitudine

Ed ecco il punto: parlare di Tagore significa anche riflettere sull’elogio. L’elogio non è semplice adulazione, ma la capacità di riconoscere nell’altro – o nella realtà che ci circonda – la sua luce unica. È un atto di gratitudine e di attenzione.
Tagore non scrive mai per mettere sé stesso al centro: scrive per far risplendere l’altro, sia esso la natura, l’amore, la divinità o la bellezza nascosta in un istante qualunque.

L’elogio come arte spirituale

Elogiare, in questo senso, diventa un’arte spirituale: un modo di vedere il mondo con occhi che scelgono di soffermarsi su ciò che eleva, invece che su ciò che abbatte. È un esercizio che non appartiene solo al poeta, ma a chiunque voglia vivere con pienezza: saper lodare la vita, persino nei suoi frammenti più semplici, significa accorgersi che nulla è mai davvero piccolo, perché ogni cosa risplende se colta con attenzione.

Il segreto dell’incontro

In fondo, il dialogo tra cielo e terra è già un elogio reciproco. Il cielo, vasto e lontano, si piega verso la terra per dichiararle amore. La terra, fragile e limitata, risponde con gratitudine e umiltà. È nell’incontro che entrambi si completano, ed è da quell’incontro che nasce la pioggia – canto e carezza, dono che unisce ciò che era distante.

Forse è proprio qui il segreto di Tagore: l’elogio non è un gesto accessorio, ma il ponte che colma le distanze. E, come la pioggia nei suoi versi, trasforma ogni incontro in un atto di poesia.

Perché leggere Tagore oggi

In un tempo in cui la comunicazione è rapida, urlata e spesso superficiale, i versi di Tagore ci invitano a rallentare.
Ci ricordano che esiste un linguaggio fatto di silenzi, di contemplazione e di ascolto profondo. Leggerlo oggi significa allenare uno sguardo nuovo sul mondo: uno sguardo che non teme la fragilità, che sa elogiare senza possedere, che trova nell’incontro con l’altro la sua ragione di esistere.

Tagore non ci offre risposte facili, ma ci consegna domande che illuminano.
E forse è proprio questo il dono più prezioso della sua poesia: riportarci alla meraviglia, alla gratitudine e alla capacità di stupirci davanti a ciò che troppo spesso diamo per scontato.

🌿Citazione finale

“La farfalla non conta i mesi, ma gli istanti: e ha tempo a sufficienza.”
— Rabindranath Tagore

 

Tra le sue opere più celebri – un universo sterminato di poesia, narrativa, teatro, saggi e pensieri filosofici – brillano Gitanjali, Sadhana: La vera essenza della vita, Il giardiniere, La casa e il mondo e Nazionalismo, solo per citarne alcuni.
«Tagore non si legge: si respira, come aria che riconnette al tutto.»

 

Surya Namaskara (saluto al Sole)

https://www.samyayoga.it/project/saluto-al-sole/

Surya = Sole       Namaskara = Saluto

Surya Namaskara è soprattutto una pratica spirituale (Sadhana) completa.

Include Asana (posizioni), Pranayama (ritmo controllato della respirazione), Mantra (formula sacra da recitare mentalmente) e tecniche meditative.
Il respiro viene sincronizzato con i movimenti fisici. Ad ogni posizione (asana) infatti è abbinata una fase della respirazione, mentre la concentrazione su un determinato Chakra (aree del corpo che assorbono l’energia vitale circostante o prana e la distribuiscono a tutto il corpo fisico) e la recitazione di un Mantra danno enfasi all’aspetto spirituale della pratica.

Il momento ideale per praticare Surya Namaskara è all’alba il momento della giornata più ricco di pace. Ove fosse possibile, meglio sarebbe eseguire la pratica all’aria aperta e rivolti verso il sole.

È altresì indicato praticare il saluto al sole prima delle altre asana.
La pratica consiste nella ripetizione di cicli di asana. 
Un ciclo completo è costituito da 12 asana.
Per ottenere benefici a livello spirituale praticare lentamente da 3 a 12 cicli, usare un ritmo più veloce nell’esecuzione se si desidera puntare anche su benefici a livello fisico.

Prima di iniziare portare la consapevolezza all’interno del corpo rilassandolo mentalmente stando eretti con i piedi uniti o leggermente divaricati e le braccia lungo i fianchi. Portare consapevolezza al centro tra le sopracciglia visualizzando un sole rosso che sorge e che pervade tutto il corpo.

 

ESPIRARE occhi chiusi, piedi uniti, palmi delle mani uniti davanti al torace in “Namaskara Mudra”:
Posizione 1 – Pranamasana (posizione della preghiera)

INSPIRANDO sollevare le braccia in alto, portarle indietro diritte piegando all’indietro contemporaneamente testa e parte superiore del tronco: 
Posizione 2 – Hasta Utthanasana (posizione delle braccia in alto)

ESPIRANDO flettere il busto in avanti e portare il palmo delle mani accanto ai piedi, mantenendo busto e gambe diritte cercando di portare la fronte alle ginocchia:
Posizione 3 – Padahastasana (posizione delle mani ai piedi)

INSPIRANDO allungare la gamba sinistra indietro il più lontano possibile appoggiando ginocchio e dorso del piede. Mantenere le braccia tese, punta delle dita toccano terra mentre il capo è piegato indietro con lo sguardo rivolto in alto:
Posizione 4 – Ashwa Sanchalanasana (posizione equestre)

ESPIRANDO portare il piede destro accanto al piede sinistro, sollevare i glutei verso l’alto portando la testa tra le braccia tese formando un triangolo tra schiena e gambe tese. Perfezionare la posizione portando i talloni a terra e la testa verso le ginocchia:
Posizione 5 – Parvatasana (posizione della montagna)

TRATTENENDO IL RESPIRO abbassare le ginocchia, il torace tra le mani e il mento sul pavimento, piedi puntati e glutei sollevati:
Posizione 6 – Ashtanga Namaskara (saluto con otto parti del corpo)

INSPIRANDO sollevare e piegare la testa indietro, inarcare la schiena raddrizzando le braccia, mentre glutei e anche si abbassano sul pavimento. Gambe tese e sguardo rivolto in alto:
Posizione 7 – Bhujangasana (posizione del cobra)

ESPIRANDO puntare i piedi uniti sollevare i glutei verso l’alto portando la testa tra le braccia tese formando un triangolo tra schiena e gambe tese:
Posizione 8 – Parvatasana (posizione della montagna)
Ripetizione della posizione 5

INSPIRANDO portare avanti il piede sinistro in linea con la mano sinistra, ginocchio destro e dorso del piede appoggiano a terra:
Posizione 9 – Ashwa Sanchalanasana (posizione equestre)
Ripetizione della posizione 4

ESPIRANDO unire i piedi, palmo delle mani accanto ai piedi e mantenendo busto e gambe diritte cercare di portare la fronte alle ginocchia:
Posizione 10 – Padahastasana (posizione delle mani ai piedi)
Ripetizione della posizione 3

INSPIRANDO sollevare il busto, stendere le braccia verso l’alto inarcando all’indietro:
Posizione 11 – Hasta Utthanasana (posizione delle braccia in alto)
Ripetizione della posizione 2 

ESPIRANDO riportare le mani giunte davanti al torace:
Posizione 12 – Pranamasana (posizione della preghiera)
Ripetizione della posizione 1

L’entusiasmo

 

L’entusiasmo quale forza creativa ancestrale in ognuno di noi, è energia che divampa dal profondo del nostro essere, una potenza che consente di spaziare oltre i propri confini allontanando l’orizzonte, esortandoci a trascendere i nostri limiti.

Le nostre azioni guidate dall’entusiasmo ci condurranno ad affrontare con gioia, appagamento e gratificazione le numerose difficoltà dell’esistenza.

Simile a un sasso gettato nell’acqua ferma che disegna dei cerchi concentrici sempre più grandi, l’entusiasmo diffondendosi nell’ambiente circostante contagia chi ci sta vicino.

L’entusiasmo è già parte di noi, è la nostra essenza. Esserne consapevoli ci permette di cogliere la sua fragranza. E’ un elemento essenziale che è necessario coltivare ed accrescere perché si rinnovi e perduri accompagnandoci lungo il percorso della vita.

La ragione della potenza dell’entusiasmo e del suo valore intrinseco è che esso vive in noi da sempre, prima ancora di essere concepiti siamo l’intenzione entusiasta nell’essenza divina.

Il significato stesso del termine “entusiasmo” ne conferma il concetto: deriva dal greco antico enthusiasmòs, formato da en (in) con theos (dio). Letteralmente si potrebbe tradurre: “con Dio dentro di sé

“Il modo di affrontare il problema è ancor più importante del problema stesso”

Jiddu Krishnamurti

A prescindere dall’entità del problema, lo stesso richiede comunque una soluzione.

Si pone un problema da risolvere: le nostre emozioni, se prive di uno stato eccezionale di equilibrio mentale, influenzano un atteggiamento nell’affrontarlo che spesso si traduce in esperienze di ansia o peggio di depressione.

L’attenzione di fronte a un problema, solitamente si focalizza nella ricerca della soluzione immediata del problema in questione, mentre la chiave per comprendere come risolverlo sta nel controllo del nostro atteggiamento mentale nel modo di affrontarlo.

L’importanza del modo di porci di fronte a un problema viene prima del problema stesso e prima della ricerca dei mezzi per poterlo risolvere.

Il nostro obiettivo più immediato invece è solitamente quello di eliminarlo al più presto perché il problema crea conflitto in noi.

Scegliamo di sbarazzarcene prima possibile e ciò fa sorgere emozioni e sensazioni contrastanti che più o meno intense spaziano dalla paura di non farcela, ai pregiudizi che ostacolano con i loro condizionamenti, alla speranza e quant’altro.

Nasce così una sorta di resistenza, di contesa tra noi e il problema, e comprendere come agire per risolvere la situazione, diviene un traguardo complesso, affatto semplice e talvolta irraggiungibile.

La comprensione per cogliere la soluzione invece, è possibile solo quando ci relazioniamo con l’oggetto della nostra attenzione – in questo caso il problema – con un atteggiamento libero da qualunque forma di condizionamento, di giudizio, di attaccamento o di repulsione, ovvero con un solido bilanciamento emotivo e con la giusta consapevolezza, considerando dunque quale fattore primario il “riconoscere” ciò che scatena in noi emozioni di rabbia, sorpresa, paura, tristezza, disprezzo o felicità.

Il nostro atteggiamento nell’affrontare il problema, analizzando le opportune connessioni tra attenzione, cognizione e controllo emotivo, determinerà la sua soluzione.

Il punto fermo è perciò in relazione a quale sia il giusto rapporto con il problema; una consapevolezza priva di scelte nel modo di affrontare lo stesso che affiora spontaneamente quando vi siano i presupposti di un’apertura mentale alla comprensione del vero, del giusto, dell’equilibrio, quali principi imprescindibili per un adeguato discernimento.

foto Meditazione

✨Che cos’è la meditazione e perchè praticarla?✨

La meditazione è un’esperienza, non un concetto. Descriverla a parole significa ridurla: il linguaggio può solo catturare un frammento, un’istantanea, mentre l’esperienza meditativa è vita che scorre, al di là del tempo e dello spazio.

 Per questo motivo la meditazione non si spiega: si vive. È parte dell’esistenza e soltanto sperimentandola direttamente se ne comprende il significato.

Potremmo dire che meditare significa sentirsi parte del tutto, nel momento in cui il tutto viene percepito come parte integrante della propria coscienza.

 

☀️L’essenza della meditazione

– Beatitudine e scoperta dell’essenza

Meditare è entrare nello stato di beatitudine, gioia, serenità e scoperta della propria essenza.

Quando la consapevolezza riconosce l’istante in cui la coscienza si fonde con l’esistenza, allora la meditazione accade.

 

– La trasformazione e il silenzio interiore

L’esistenza è fluire continuo, trasformazione incessante. Allo stesso modo, la meditazione è il frutto di un processo graduale di crescita che rende consapevoli dei meccanismi della mente e del proprio essere.

Raggiungere il silenzio interiore significa cogliere la fragranza della meditazione: solo nel silenzio si può ascoltare la melodia della propria essenza.

 

☀️Dalla concentrazione alla meditazione

– Osservazione e testimoni dei pensieri

Lo stadio che precede la meditazione è l’osservazione dei propri pensieri, diventando testimoni distaccati.

 

– Il vuoto tra i pensieri: spazio di luce

La concentrazione è lo strumento che prepara il terreno: consente di fermare il continuo salto da un pensiero all’altro e di aprire uno spazio tra di essi.

È in quel vuoto che si manifesta la vera realtà, uno spazio di pace in cui la coscienza individuale si riconosce come parte della coscienza universale.

 

– Costanza e pratica quotidiana

All’inizio del percorso sono necessari impegno e costanza, come l’acqua che nutre l’albero perché cresca. Con la pratica, la consapevolezza diventa naturale e si espande fino a fiorire nella vita quotidiana.

 

☀️Oltre le tecniche: la meditazione autentica

La meditazione non è una tecnica né un metodo. Eppure, le tecniche possono essere utili nelle prime fasi: aiutano a osservare il flusso dei pensieri e a diventarne consapevoli. Tuttavia, prima o poi, dovranno essere lasciate andare.

Anche la concentrazione, se da un lato apre la via, dall’altro a un certo punto diventa un ostacolo: l’ultimo da superare prima dell’esperienza autentica della meditazione.

 La coscienza deve allora penetrare nello spazio vuoto tra un pensiero e l’altro. È lì che nasce la consapevolezza, ed è lì che la meditazione accade.

 

☀️Effetti della meditazione e trasformazione personale

– Dualità e fusione tra osservatore e osservato

Con la concentrazione si sperimenta la dualità tra osservatore e osservato.

Nella meditazione invece questa separazione si dissolve: soggetto e oggetto si fondono in un’unica essenza.

 

– Risveglio ed estasi: la scoperta della propria essenza

Quando si coglie la totalità in tutte le cose, ci si risveglia nell’estasi.

È il distacco, coltivato attraverso l’osservazione della mente, che porta alla consapevolezza, alla gioia e alla scoperta della propria essenza.

Le prime esperienze possono sembrare caotiche: osservare i pensieri equivale ad assistere al traffico di una metropoli nell’ora di punta. Ma con la pratica, attraverso la concentrazione e l’osservazione, emerge la consapevolezza.

 

☀️Meditazione come stile di vita: vivere consapevoli

– Consapevolezza quotidiana: integrare la meditazione nella vita

Essere consapevoli significa essere presenti.

La meditazione non si limita a un’ora di pratica al giorno: se il resto del tempo è dominato da distrazione e caos, la meditazione non può radicarsi.

Meditare significa trasformare la vita intera in un percorso di consapevolezza.

Le giornate si arricchiscono così di momenti in cui si è totalmente presenti, attimo per attimo.

 

– Vivere il qui e ora: il momento presente come spazio di armonia

Una vita inconsapevole è una vita trascorsa nel passato o nel futuro. Ma il passato non esiste più, e il futuro è solo un’ipotesi. L’unica realtà è il momento presente.

Ignorare il presente significa sprecare frammenti di vita.

Il qui e ora diventa lo spazio dell’armonia, che prepara il terreno per accogliere la beatitudine della meditazione.

La consapevolezza infine, restituisce al qui e ora il suo valore: ed è solo quando diventa parte integrante dell’esistenza che la meditazione affiora, semplice e naturale.

 

Sperimentare pace e gioia nel corso della propria esistenza è l’aspettativa dell’uomo comune.

Essere consapevoli della legge del Karma aiuta ad affrontare la vita con più serenità.

Leggi naturali guidano con precisione matematica l’esistenza secondo schemi dai quali originano cause ed effetti vincolanti per tutto ciò che fa parte dell’esistenza stessa.

Gli effetti della vita conseguenza di cause primarie originarie, avranno il loro inevitabile corso nell’evoluzione complessiva.

Tali effetti seguono una logica precisa dettata dalle regole delle cause che hanno preso precedentemente forma ed il processo innescato deve portare a termine lo scopo per il quale lo stesso ha avuto inizio.

Il sostrato sul quale fluisce tutto ciò che esiste appartiene alla Realtà: essenza, pura energia – Brahman – che involvendosi diviene materia e trascenderla attraverso l’uso di meccanismi contenuti nella natura intrinseca della materia stessa, è il senso della vita che presto o tardi darà i suoi frutti attraverso la realizzazione che porterà nella propria esistenza luce, beatitudine e serenità nonostante i legami con la realtà corporea che limita con i suoi confini definiti.

Dalla vita bisogna comprendere come muoversi attraverso forme che conosciamo ma anche tentare di cogliere ciò che ancora è avvolto da misteri inspiegabili.

L’essenza prima della vita ovvero l’intelligenza suprema dalla quale tutto ha avuto inizio, involvendosi ha permesso l’esistenza stessa di tutte le forme, le quali facendosi carico di scoprire i mezzi necessari all’evoluzione che permetterà il ritorno a casa, ripercorreranno a ritroso il cammino che le condurrà a divenire “Uno” con la coscienza universale.

Nella maggior parte dei casi, l’ego porta l’uomo a desiderare di fare qualcosa di grande nella vita, e quando per soddisfare vane ambizioni cresce l’ostinazione, nonostante la propria individuale e reale natura stia seguendo un processo: effetto di una causa nata per ben altri scopi da quelli desiderati, e ciò nonostante persevera nella direzione diversa, effetti diametralmente opposti a quelli sperati faranno la loro comparsa, provocando sofferenze, delusioni e fallimenti nel corso di tutta la vita.

Tutto quello che deve essere fatto, è solo ciò che è necessario alla propria crescita spirituale.

Il senso della vita è dunque quello di fare esperienza della realtà che conduce all’evoluzione interiore, alla connessione con l’energia primaria insita in tutte le cose esistenti.

Elevarsi spiritualmente significa divenire consapevoli del disegno della creazione: “Lyla Brahman” “il gioco divino”, senza un inizio e senza una fine al quale tutta la creazione partecipa al di là del tempo e dello spazio.

La Coscienza divina involvendosi mediante la vibrazione primordiale “Om” consentì l’origine della materia che avviluppò la coscienza stessa. Questo è “lyla” il gioco del disegno divino della creazione entro il quale tutto si muove dando vita a un meraviglioso progetto di esistenza infinita ed eterna.

Svegliare la propria coscienza in questa verità e portarla per mano lungo il cammino dell’evoluzione spirituale, è lo scopo della vita, atteso di capire quale ruolo ci spetti di interpretare in “Lyla Brahman”.

foto: Teoria dei KLEŚA secondo PatanjaliIn breve: cosa sono i Klesa?

I Kleśa sono le cinque radici di sofferenza descritte da Patanjali negli Yoga Sutra.
Sono schemi mentali che ci allontanano dalla pace interiore e generano dolore, paura e attaccamento.

👉 I cinque Klesa:

  • Avidya – ignoranza, non vedere la realtà per ciò che è
  • Asmita – illusione dell’ego, identificazione con il corpo e la mente
  • Raga – attaccamento a ciò che dà piacere
  • Dvesa – repulsione verso ciò che dà dolore
  • Abhinivesia – paura della morte, attaccamento alla vita

✨ Secondo Patanjali, la meditazione e le pratiche dello yoga sono i rimedi più potenti per trasformare queste afflizioni in consapevolezza e ritrovare equilibrio.

 

Il significato del termine Klesa

Il termine sanscrito Kleśa significa letteralmente afflizione, sofferenza.

Il problema della sofferenza e della miseria umana è stato ampiamente trattato da Patanjali e sua è la filosofia dei Klesa che trova la sua massima espressione nell’applicazione pratica dei rimedi da Patanjali stesso indicati.

Le filosofie orientali hanno sempre avuto una doppia funzione:

  • osservare le reali problematiche dell’umanità
  • proporre mezzi concreti per affrontarle e superarle.

 

Le cinque afflizioni fondamentali secondo Patanjali

Secondo Patanjali, sono cinque le afflizioni che guidano inconsciamente l’umanità, causando disordine mentale e dolore.

Questi stati mentali, se non riconosciuti, generano disperazione, nervosismo e alterazioni dell’umore creando disarmonia nella mente.

Se osserviamo da vicino la natura del dolore, lasciando da parte quello fisico (legato a malattie o cause oggettive), ci accorgiamo che di fronte al dolore mentale raramente si sceglie di indagare dentro di sé per comprenderne le radici.
La maggior parte delle persone cerca soluzioni esterne o, peggio, tenta di ignorarlo, senza mai rivolgere lo sguardo alla propria mente.

Quando al dolore interiore si accompagna la consapevolezza di non riuscire ad eliminarlo, nasce un senso di impotenza che facilmente degenera in disperazione. Questa, a sua volta, alimenta tensione e nervosismo, disturbando il naturale fluire del respiro.
Un respiro alterato perde la sua armonia e genera squilibrio nei canali energetici attraverso cui scorre il Prana, la forza vitale.

La conseguenza è una mente agitata e disorientata, incapace di mantenere lucidità, concentrazione e chiarezza. Lo squilibrio non resta confinato al piano mentale, ma si riflette sull’intero essere, influenzando emozioni, corpo ed energia vitale.

 

Le cinque forme originarie di Klesa

AVIDYA: ignoranza metafisica

Avidya è la radice di tutti i Klesa.
Significa ignorare la Realtà nella sua vera essenza:

  • scambiare ciò che è impermanente per eterno
  • ritenere puro ciò che è impuro
  • credere buono ciò che è male

Non basta la conoscenza intellettuale: anche il più dotto dei sapienti, senza un percorso spirituale, rimane vittima di Avidya.
La verità ultima non può essere trasmessa a parole: può solo essere sperimentata.

ASMITA: l’illusione dell’ego

Il termine Asmi significa letteralmente “Io sono”.
Nella sua essenza più pura, questo “Io sono” rappresenta la coscienza originaria, indipendente dal corpo fisico che la ospita. È la consapevolezza eterna e immutabile che dimora in ogni essere vivente.

Il problema nasce quando questo “Io sono” si identifica con il veicolo materiale attraverso cui si manifesta, trasformandosi in:
👉 “Io sono questo”.

In questo passaggio sottile ma cruciale avviene l’illusione (Asmita): l’essere si confonde con ciò che è transitorio, dimenticando la sua natura infinita.

Un esempio concreto

Pensiamo al corpo fisico, il veicolo più evidente e grossolano.
Attraverso gli occhi esercitiamo la vista e affermiamo: “Io vedo”.
In realtà, non è l’“Io” eterno a vedere, ma semplicemente la coscienza che prende atto delle immagini riflesse davanti agli occhi.
Identificandoci con la vista, ci convinciamo di essere “chi vede”, anziché riconoscere che siamo la consapevolezza stessa che osserva.

Coscienza e materia: due nature distinte

Per comprendere davvero Asmita occorre fare un passo indietro, fino al processo creativo originario.
Affinché la creazione potesse avvenire, coscienza e materia si sono dovute unire. In questo incontro, la coscienza ha velato la memoria della propria natura eterna per poter fare esperienza attraverso la forma materiale. Ma, identificandosi con il corpo e con la mente, ha smarrito la consapevolezza delle sue origini divine come Jivatma (anima individuale), parte inseparabile della Paramatma (coscienza cosmica).

La radice dell’illusione

In ogni forma vivente è presente la pura coscienza dell’“Io sono”.
Eppure, quasi sempre, questa verità viene offuscata dall’identificazione con i veicoli della materia:

  • con il corpo → “Io sono questo corpo”
  • con la mente → “Io sono i miei pensieri”
  • con le emozioni → “Io sono ciò che sento”

Asmita, dunque, è la perdita di vista della nostra natura divina ed eterna: ci scambiamo per il contenitore, dimenticando di essere la coscienza che lo attraversa.

 

RAGA: passione, attrazione e attaccamento

Raga è il terzo Kleśa e rappresenta la forza di attrazione che spinge l’essere umano verso oggetti, esperienze o persone che sembrano procurare piacere e felicità.
Si manifesta come desiderio di possesso, come ricerca incessante di soddisfazione attraverso ciò che è esterno a noi.

Questo meccanismo porta con sé un grande inganno: la convinzione che la felicità dipenda da fattori esterni, da ciò che otteniamo o che tratteniamo. In realtà, la gioia autentica non nasce da qualcosa di fuori, ma sgorga dall’interno, dal contatto con la nostra coscienza profonda.

Quando questo legame interiore si perde, la coscienza smarrita cerca altrove ciò che non trova più dentro di sé. Ne deriva una corsa continua verso il piacere, che inevitabilmente conduce a delusione e frustrazione, perché nessun oggetto dei sensi può offrire una felicità duratura. Così Raga diventa fonte di dolore.

Il rimedio: Vairagya e Viveka

La tradizione dello yoga insegna che il superamento di Raga passa attraverso il Vairagya (distacco).
Questo non significa rinunciare al mondo o reprimere i desideri, ma sviluppare la capacità di godere delle esperienze senza esserne schiavi.

La chiave è la padronanza dei sensi, guidata da Viveka, la facoltà di discriminazione.
Grazie a Viveka impariamo a distinguere ciò che è permanente da ciò che è effimero, ciò che nutre veramente la coscienza da ciò che offre solo una gratificazione passeggera.

In questo equilibrio si trova la vera libertà: vivere le esperienze senza esserne vincolati, riconoscendo che la sorgente della felicità non è all’esterno, ma nel cuore stesso della nostra natura interiore.

DVESA: repulsione

Dvesa è l’opposto di Raga.
Se Raga ci spinge verso ciò che ci piace, Dvesa ci allontana da ciò che ci disgusta o ci fa soffrire.
Attrazione e repulsione condizionano la vita dell’uomo a livello fisico, emotivo e mentale, mantenendo la coscienza su piani inferiori.

ABHINIVESIA: paura della morte

Abhinivesia è l’attaccamento ostinato alla vita, conseguenza diretta di Avidya.
Si manifesta come paura della morte, radicata in tutti gli esseri viventi.

Il superamento di questo Klesa passa attraverso la comprensione che:

  • tutto è impermanente
  • la morte non è fine, ma trasformazione
  • il Sé eterno non muore, ma cambia forma

Come Avidya rappresenta la radice di tutti i Klesa, così Abhinivesia ne costituisce il frutto finale.

Più intensi saranno Raga e Dvesa (le attrazioni e le repulsioni) nella vita di una persona, tanto più forte sarà il suo attaccamento alla vita.

Vedi anche 👉 Yoga e paura della morte

 

Il rimedio ai Klesa

Meditazione come via di trasformazione

DHYĀNA-HEYĀS TAD-VRTTAYAH

Mediante la meditazione le loro forme attive scompaiono
(Yoga Sutra di Patanjali)

Patanjali dedica diversi Sutra ai Klesa, descrivendone le origini e i rimedi.
Il più importante di tutti i rimedi è la meditazione (Dhyāna).

Con una pratica costante:

  • la mente acquista chiarezza e discernimento
  • le afflizioni si attenuano
  • le energie latenti si trasformano in forze di consapevolezza

La meditazione è il fulcro del progresso spirituale, lo strumento con cui i Klesa smettono di condizionare la vita e si dissolvono nella luce della coscienza.

Attenzione: alcune funzionalità di questa pagina potrebbero essere bloccate a seguito delle tue scelte privacy: